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Editoriali L'Editoriale

La propaganda che calpesta la Costituzione

Che la politica considerasse il carcere come una sorta di discarica umana, era chiaro ormai da tempo. Che i penitenziari si fossero poi trasformati in piccoli campi di sterminio, in cui concentrare e sopprimere una fragilità sociale alla quale lo Stato non riesce a dare risposta, pure era evidente. Ma che un sottosegretario alla Giustizia potesse piegare il dettato della Costituzione alla propaganda, questo nessuno l’aveva ancora previsto. Eppure Andrea Delmastro è riuscito a “sorprendere” tutti. Non per la fotografia (pubblicata sui social e poi rimossa) in cui compare con una sigaretta in mano a pochi centimetri da un cartello che vieta il fumo nel carcere di Brindisi, ma per la becera precisazione fatta durante la visita al “Carmelo Magli” di Taranto.

Ai giornalisti, infatti, il sottosegretario ha precisato di trovarsi in quel luogo soltanto per incontrare gli agenti della polizia penitenziaria. Poi la “perla”: «Non mi inchino alla Mecca dei detenuti».

Definire semplicemente inopportune queste parole sarebbe un atto di clemenza che Delmastro ha dimostrato di non meritare. E questo per una serie di ragioni. La prima: il sottosegretario manifesta tutto il suo disprezzo nei confronti della popolazione carceraria nel momento in cui, in Italia, si è contato il 66esimo suicidio dall’inizio dell’anno. Proprio mentre Delmastro era in visita al “Magli” di Taranto, struttura dove il sovraffollamento ha superato il 182%, un 36enne tunisino si è impiccato a Parma. Non solo: ad Avellino si è registrata un’evasione, a Pescara un incendio in cella, a Biella un regolamento di conti, a Torino disordini al termine dei quali sei agenti sono rimasti feriti. Episodi che dimostrano come lo Stato non sia in grado di assicurare dignitose condizioni di vita ai detenuti e di lavoro al personale: una incapacità che Delmastro tenta maldestramente di nascondere puntando il dito contro i detenuti. Già, i detenuti: il sottosegretario dimentica che chi si trova in carcere è affidato alla custodia e alla responsabilità dello Stato, in particolare a quel Ministero che egli rappresenta.

Ma Delmastro sbaglia anche e soprattutto per un altro motivo: dialogando con la polizia penitenziaria e non con i detenuti, il sottosegretario manifesta la ferocia dai tratti securitari con certa destra, al pari di alcuni settori del campo largo, affronta il tema della devianza. Agli interrogativi posti dalla criminalità dilagante la politica non risponde se non mostrando il suo volto più truce, così da guadagnare qualche misero punto di consenso. E poco importa se la Costituzione vieta trattamenti inumani e degradanti.
Con quelle affermazioni, dunque, Delmastro piega la Carta, con tutti i diritti e le garanzie che essa sancisce e tutela, alla più bassa propaganda elettorale: una strategia che lo rende inadeguato al ruolo istituzionale che ricopre e che imporrebbe una netta presa di distanza da parte della premier Meloni e del ministro Nordio.

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Cosa ci dice il voto di Potenza

Pochi temi fanno emergere le contraddizioni che dilaniano le forze politiche come l’autonomia differenziata. E il voto con cui il Consiglio regionale della Basilicata si è schierato contro il referendum abrogativo della legge Calderoli ne è la dimostrazione. Partiamo dai centristi. I vertici nazionali di Azione e Italia Viva non hanno mai nascosto la propria contrarietà alla riforma. In Basilicata, però, Azione, partito il cui nome già contiene il germe del protagonismo politico, ha preferito rimanere inerte, con Pittella e Morea che ieri si sono astenuti. Italia Viva, invece, ha scelto di non farsi… viva, con Polese che ha addirittura disertato la seduta del Consiglio. Paradossi linguistici a parte, i centristi hanno così consentito al centrodestra di allontanare la prospettiva del referendum. Alle contraddizioni non sfugge nemmeno il governatore Bardi che, subito dopo la definitiva approvazione della legge Calderoli da parte della Camera, non aveva nascosto le proprie perplessità. Ieri, invece, il presidente lucano si è sperticato in dichiarazioni di convinto sostegno dell’autonomia differenziata già prima che il Consiglio si pronunciasse. E poi c’è il centrosinistra. Lo stesso che difende la Costituzione, ma poi si oppone all’applicazione della norma che consente l’autonomia differenziata. Lo stesso, inoltre, che nel 2001 riformò il Titolo V della Carta spalancando le porte al regionalismo differenziato che adesso contesta. E chi paga il conto di tutto ciò? Tutta l’Italia, incluse le Regioni, che mai come oggi avrebbero bisogno di un dibattito sulle riforme serio, senza ideologismi e opportunismi.

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